Tornare a Casa

In questi giorni ho preparato le valigie. Quella grande, che ho spedito, contiene i maglioni e tutta la roba invernale, stipata dentro un grande sacco da cui ho risucchiato l’aria con l’aspirapolvere, per ridurre lo spazio. Poi ho accuratamente arrotolato tutto il resto, i vestiti di “mezzo tempo” e quelli più estivi che avrei dovuto usare adesso, a maggio e giugno. Arrotolati e infilati dentro le sacche salva spazio, quelle cose fantastiche che su Amazon chiamano “organizer per valigie” e che io ho semplicemente comprato da Tiger. Infine ho stipato dentro pacchi e scatoloni reperiti all’Esselunga tutto ciò che ho usato in questi mesi qui a Como, che ho comprato a Novembre perché la casa che ho preso in affitto appena arrivata qui era completamente vuota: pentole, scola pasta, posate, scola piatti, padelle, tazzine e bicchieri, contenitori per sale, zucchero e caffè, asciugacapelli; lenzuola, asciugamani, piumone e copri piumino. E le cose che ho preso man mano, per sentire questa casa un po’ più mia: un vaso per i fiori, i quadretti con le Teste di Moro, le palline per l’albero di Natale. Questi li conserverà la mia amica Marta, nell’attesa di un mio ritorno.

Svuotare tutto non è stato poi così complicato, ma forse solo perché ormai ci sono abituata. Quante volte ho preparato le valigie? Quante volte ho traslocato?

L’ho fatto talmente spesso, ormai, che questa parola dall’etimologia latina così marcata mi sembra pure troppo forte. Sono talmente abituata a farlo che preferisco l’inglese “to move”. Semplicemente muoversi. Perché noi uomini non siamo altro che esseri in movimento. E soprattutto noi “millennials”, noi nati fra gli anni ’80 e ’90, cresciuti nelle epoche delle più gravi crisi economiche mondiali, condannati ai lavori precari, lo siamo più di ogni altro. Noi che nell’instabilità viviamo da sempre, che abbiamo imparato a vestirci di incertezze e, su queste, a costruirci sopra intere esistenze.

Il primo trasloco a 26 anni quando, dopo la laurea, ho svuotato, piangendo, la casa in cui ho vissuto per 6 anni, durante i miei sudatissimi studi universitari in ingegneria. Quanti pacchi, quante cose si accumulano in sei anni!! Allora, mentre percorrevo quei pochi chilometri di autostrada, avevo una macchina piena di Vita. Poi mi sono trasferita in Irlanda, con una valigia sola. D’altra parte andavo a vivere in una famiglia e non avevo bisogno di altro se non dei miei vestiti. Eppure tornando, dopo i primi sei mesi, quella stessa valigia quasi non mi bastava più, con tutti i ricordi che avevo collezionato. L’anno dopo ancora in Irlanda e dopo tre mesi nuovamente in Italia. Poi a Como per la prima volta: la valigia più grande, stavolta, perché avrei dovuto cercare una casa tutta mia. Alla fine del contratto? Di nuovo giù, di nuovo in Sicilia. E a Settembre? Nuova chiamata. Nuova valigia. Nuovo trasloco. E adesso…contratti, di lavoro e di affitto, nuovamente in scadenza. E a settembre prossimo? Chi lo sa? Stavolta, con questo virus e i concorsi e le graduatorie in bilico, la situazione è ancora più incerta del solito….

Sì, sono davvero abituata a fare le valigie. Per partire e per tornare a casa.

E ogni volta è un’emozione. Quando parto non so quasi mai cosa aspettarmi, c’è una sorta di paura dell’ignoto, ma soprattutto ho voglia di scoprire, di vedere, di fare esperienze nuove. Di crescere. Quando parto la felicità è più forte della paura. E impiego poco per sentirmi a casa. Ormai giro per le strade di Drogheda, di Fino Mornasco, di Rebbio e Camerlata e riconosco i posti, i volti, e saluto le persone, parlo con i vicini di casa, ho le mie abitudini. Quelle da adulta, quelle che mi sono costruita io. Perché ogni volta che parto, tutto quello che ottengo è interamente costruito da me.

Tornare a Casa è diverso. A Casa c’è la felicità, c’è l’amore dei miei genitori, ci sono gli amici di una vita, c’è la sicurezza degli affetti, ma c’è anche la tristezza, la rabbia, l’insoddisfazione, l’abitudine, ci sono le cose che sono rimaste uguali identiche, nonostante il tempo che è passato. Eppure Casa è dove si torna sempre, dove ne vale sempre la pena. Dove decidi di tornare a tutti i costi. Con tutti i mezzi.

Questo viaggio, oggi, lo sento di più. Questo viaggio lento da Como a Genova, subito dopo questo periodo di pandemia globale, sull’auto che mi ha prestato la mia amica Rita; in nave da Genova a Palermo, per farmi sentire tutta la potenza del mio essere “isola”; ancora in macchina, attraversando tutta la mia Regione d’appartenenza (e non solo di residenza) fino a Casa.

Questo viaggio di ritorno è un ritorno più forte, indubbiamente. Un ritorno che segna una pausa più lunga. Ma solo una pausa. Fino al prossimo trasloco.

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3 pensieri su “Tornare a Casa

  1. Grazie per questo articolo, che ha permesso di conoscerti meglio… E, lasciamelo dire, di ammirarti! Io, che ho sempre abitato nello stesso paese; che anche quando ho cambiato casa, sono rimasta nello stesso paese; che anche quando ho addirittura comprato casa, l’ho fatto nello stesso paese!
    Senza dubbio questo per me ha un grosso significato, sono felice qui,…ma non posso fare a meno di ammirare il tuo coraggio e la tua grinta, ed anche, un pelino, di invidiare la tua vita che ti ha portato a compiere grandi esperienze e scelte coraggiose!
    Brava!
    Buon ritorno a casa, per ora!

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