Rome wasn’t built in a day – part.1

A parlare di Roma viene quasi l’ansia. Cosa scrivere, senza risultare banale, ripetitiva, entusiasta e al contempo un po’ rancorosa nei confronti della nostra capitale? Roma è un mix di contraddizioni, un odi et amo continuo che chi ci vive sperimenta ogni giorno, anche se il turista occasionale non fa in tempo a comprenderne il perchè. Ma a Roma di cose belle ce ne sono tante, troppe, e siamo qui apposta per scoprirle, un po’ per volta.

Partiamo oggi dal giro classico, per chi a Roma ci arriva per la prima volta e non può fare a meno di scattare una foto davanti al Colosseo e in Piazza di Spagna. E’, approssimativamente, il tour che abbiamo fatto io, mia mamma e Giulia, interamente a piedi e in un’unica giornata, ma per godere appieno dei luoghi, fermarsi ogni tanto per un pranzetto o un aperitivo in stile “Dolce Vita” è consigliabile “spezzettarlo” in due-tre giorni.

In qualsiasi modo voi arriviate a Roma, è molto probabile che partirete per la visita della città dalla Piazza dei Cinquecento, dove si trova la stazione Termini, capolinea di molte linee di autobus e snodo centrale della metropolitana. Linea B, direzione Laurentina, fermata Colosseo.

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Il Colosseo, che è stato inserito fra le Nuove sette meraviglie del mondo e che è il più imponente monumento della Roma Antica, nonché il più grande anfiteatro al mondo, non ha sempre goduto di una fama così positiva. Secondo alcuni miti medioevali, il Colosseo – precedentemente noto come Anfiteatro Flavio – rappresentava un ingresso agli Inferi e le anime dei defunti, morti in maniera violenta e anzitempo, vi vagavano all’interno ancora in cerca della pace eterna. In epoca medievale il Colosseo – avente struttura ellittica a quattro piani, di cui tre con arcate inquadrate da semicolonne di ordini diversi, dal basso verso l’alto rispettivamente tuscaniche, ioniche e corinzie, e l’ultimo composto da una specie di attico diviso da lesene che alternano spazi con finestre ad altri con scudi in rilievo – arriva piuttosto malmesso in seguito a numerosi sismi; viene poi occupato da alcune abitazioni ricavate nei vani dei corridoi anulari del piano terra, probabilmente ad opera dei “calcinatori” che vi bruciavano sia pezzi di marmo e travertino provenienti dal monumento stesso (già crollati) sia marmi di altra provenienza, e successivamente inglobato nelle fortificazioni della potente famiglia aristocratica dei Frangipane. Sempre in quest’epoca furono praticati i famosi buchi di cui il Colosseo è costellato per estrarre le grappe metalliche di piombo a doppia coda di rondine che univano i blocchi e, lì dove avvenivano i crolli, le parti crollate divenivano materiale di spoglio, vere e proprie risorse edilizie per gli imprenditori. Tale pratica continuò nel Rinascimento e ancor più nel periodo barocco, quando alcuni blocchi furono utilizzati per la costruzione di Palazzo Barberini e del Porto di Ripetta. Solo nel 1749, quando Papa Benedetto XIV lo dichiarò Chiesa pubblica, cessò l’asportazione del materiale e fra il 1807 e il 1826 venne messo in cantiere un grande progetto di restauro che coinvolse prima lo Stern o poi il Valadier. Il primo presentò immediatamente, in regime di emergenza, il progetto di uno sperone di sostegno triangolare all’estremità del crollo del cerchio esterno prospiciente il Celio, rispondendo alla necessità di solidità ed economicità; il secondo propose un altro sperone all’estremità del cerchio esterno verso il Tempio di Venere, continuando gli archi del Colosseo in numero decrescente salendo dal basso verso l’alto, secondo un sistema piramidale, eseguendo in travertino l’intera zona bassa dei pilastri del pian terreno, le imposte degli archi, le basi delle colonne, principalmente per ragioni statiche e costruttive, donando al Colosseo la forma che tutti noi oggi ben conosciamo.

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Proseguite verso Via dei Fori Imperiali (se avete comprato il biglietto per il Colosseo ricordate che comprende la visita del Foro Romano e del Palatino) fino ad arrivare in Piazza Venezia. Alla vostra sinistra si erge il Monumento a Vittorio Emanuele II, altrimenti conosciuto come il Vittoriano e Altare della Patria, fatto costruire in seguito ad un concorso internazionale proprio per celebrare il Padre della Patria e l’intera epoca risorgimentale. Il progetto vincitore di Giuseppe Sacconi, che si ispirava ai grandi santuari ellenistici e che pertanto risulta molto semplice nella concezione generale, con i suoi 81 metri di altezza e 135 di larghezza, costituisce un perfetto sfondo architettonico per la via del Corso, con la quale è in asse, divenendo complesso per il numero e la ricchezza dei particolari, per le statue e i gruppi scultorei in marmo botticino, eseguiti da vari artisti in modo da rappresentare i valori del popolo italiano: troviamo la Forza, il Diritto, l’Azione, la Concordia, il Sacrificio ed il Pensiero; e poi i motivi vegetali: l’alloro rappresenta il valore, la palma la vittoria, la quercia la forza, il mirto il sacrificio e l’ulivo la pace, e così via. Elemento principe del monumento, che conduce ai due ingressi sotto a ciascun propileo e alla terrazza, è la scalinata, delimitata in basso dalla cancellata opera di Manfredo Manfredi (uno dei finalisti del concorso). Sapevate che può scomparire nel sottosuolo rendendo il monumento direttamente collegato alla città?

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A Michelangelo Buonarroti si deve l’aspetto attuale di una delle più belle piazze della Capitale, Piazza del Campidoglio, situata a pochi passi (ma tanti gradini) dall’Ara Patriae. Sulla piazza erano già presenti due edifici, il Palazzo Senatorio, a cui Michelangelo ha aggiunto la doppia scalinata di accesso centrale, e il Palazzo dei Conservatori, posto un po’ obliquo rispetto al primo, che è stato leggermente modificato nell’aspetto in modo da renderlo esattamente identico e simmetrico ad un nuovo edificio, Palazzo Nuovo appunto, che Michelangelo inserì nella scena per spostare l’orientamento della Piazza dal Foro Romano, su cui si affacciava prima, verso i rioni rinascimentali che stavano divenendo vero fulcro della città di Roma. A questo punto la piazza si presenta a forma trapezoidale, con tre masse edilizie su tre lati e con il quarto occupato dalla cordonata di accesso, anche se la pavimentazione la ovalizza grazie al suo disegno bianco con al centro la statua equestre di Marco Aurelio.

A questo punto si torna a Piazza Venezia e da qui inizia una passeggiata su Via del Corso che, dopo un chilometro e mezzo, conduce a Piazza del Popolo, incontrando lungo il cammino numerosi palazzi gentilizi, chiese e altri edifici di interesse, come Villa Doria Pamphili, Piazza Colonna, Galleria Alberto Sordi, Chiesa di San Carlo al Corso. Lungo la via si possono trovare sulla destra le indicazioni per la celebre Fontana di Trevi e più avanti per Piazza di Spagna.

La Fontana di Trevi deve il suo nome al latino trivium, ovvero all’incrocio di tre strade in cui vi era la mostra dell’Acqua Vergine, punto finale di un antico acquedotto romano. La fontana è la più grande di Roma e anche la più famosa, resa celebre anche dal bagno di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni in “La Dolce Vita”. Ma non provate ad imitarli: vi costerebbe una multa di 500 euro! Se volete riproporre una scena da film vi consigliamo “Tre soldi nella fontana”, che spiega anche come mai tutti i turisti tirano dentro l’acqua qualche monetica, con la mano destra sopra la spalla sinistra: se lanci una moneta ti assicurerai di tornare a Roma, se ne lanci due troverai l’Amore, se ne lanci tre hai il matrimonio assicurato. Questa tradizione consente di prelevare dalla Fontana circa un milione di euro all’anno (!!), che viene poi devoluto in beneficenza.

Piazza di Spagna è un importante polo turistico fin dal 1647, grazie alla presenza delle Ambasciate di Spagna e di Francia. La celebre scalinata, esempio di architettura scenica barocca, fu commissionata a Francesco De Santis per collegare la piazza “spagnola” con la collina sovrastante, dove sorge la Chiesa di Trinità dei Monti, e fu pensata sia alla scopo funzionale di superare il dislivello adattandosi alle imperfezioni del pendio sia anche come luogo “da vivere”, grazie alla presenza di aree di sosta, terrazze, rampe e sedili. Ai piedi della scalinata, al centro della Piazza, troviamo la fontana della Barcaccia, opera di Pietro Bernini, commissionata per ricordare l’alluvione del Tevere del 1598 e per questo “semisommersa”. La leggenda racconta però che il Bernini non riuscisse in realtà a risolvere un problema di scarsa pressione dell’acqua in quella zona e quindi la fontana parzialmente affondata servisse semplicemente ad ovviare il problema.

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Il tour “classico” per le vie di Roma non finisce ovviamente qui. Proseguiremo a breve verso Piazza del Popolo!

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